(Castiglione d’Orcia 1880 – Rosignano Solvay 1970)
Teresita, mia nonna paterna, era nata sulle montagne senesi della Val d’Orcia e delle asprezze ambrate delle rocce si ritrovava traccia nel suo volto.
Non ricordo una sua risata allegra, uno scoppio di gioia, ma solamente qualche dolce sorriso appena accennato. Vorrei pensarla giovanetta e spensierata mentre corre per i boschi e sogna l’amore, mentre intreccia corone di foglie di castagno e le pone sulla testa come una regina.
L’amore per Eomelo, il suo sposo, la portò via dalle montagne tanto amate verso un paese che stava sorgendo sulla costa tirrenica: Rosignano Solvay. A Rosignano c’era possibilità di lavoro grazie alla nuova fabbrica chimica belga che aveva dato anche il nome al paese, la Solvay.
Lì arrivavano famiglie da tutta la Toscana e anche dalle regioni vicine, richiamate dal lavoro che invece scarseggiava sui monti e nelle campagne.
Teresita, Eomelo e il piccolo Orazio di cinque anni, si stabilirono così in una spaziosa casa di mattoni nuova nuova e circondata da pini appena piantumati.
Gli anni trascorrevano tranquilli, Teresita partorì la figlia Orietta, Eomelo lavorava molto come operaio addetto alla manutenzione della ferrovia e della stazione del paese, quella ferrovia che fu anche la sua disgrazia quando nel 1928 un treno lo falcidiò mentre era al lavoro sui binari.
Forse fu in quel momento che il volto di Teresita si racchiuse in quella morsa inespressiva di dolore dalla quale non sarebbe più uscito.
La fabbrica, come faceva con tutte le vedove, le offrì un lavoro e Teresita fu impiegata come magazziniera. Da sola, con due figli da tirar su, certamente ebbe modo di dimostrare tutta la sua tempra montanara.
Me la ricordo ormai vecchia, con lo scialle di lana sulle spalle anche d’estate e con un foulard, o come diceva lei, una “pezzola” in testa per coprire l’ultimo ricordo di femminilità rimasto, i capelli un tempo neri e lucenti. Il nasino perfetto restava integro però anche a dispetto del tempo.
Mai un lamento, mai un alterco, mai un grido, Teresita era dolce e si era sottomessa alla vita.
La vedo, con memoria struggente, seduta accanto alla finestra a ricamare col tombolo e creare merletti vaporosi e, quando ormai le forze l’avevano abbandonata inesorabilmente, a fissare chi passava per la strada e a pregare il suo Signore.
Se osservate, voi che passate per via Buccari, vedrete una testina dall’ovale perfetto che spunta dai vetri, immobile, scolpita nella penombra dei pini.
Nicoletta Benocci
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